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L'orto e la selva

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Molto del materiale elaborato in cucina e nelle officine di un convento cappuccino proveniva da spazi coltivati (orto) e domesticati (selva o bosco).

ortoDalla selva si estraeva legna, da considerare come primaria fonte energetica per il riscaldamento e per il trattamento dei cibi in cucina e per la realizzazione di utensili vari, necessari nelle varie attività ed officine. Il bosco, per i frati era anche luogo di refrigerio in giornate torride, di ispirazione spirituale quando vi si restava per qualche ora in orazione, di recupero delle forze psico-fisiche grazie a brevi passeggiate.

L'orto, al quale il convento di Erice dedicava splendide porzioni di terreno, era area nella quale si rispecchiava la situazione di sviluppo o di decadenza dell'intero insediamento religioso. I frati ortolani del loro ufficio ne facevano una ragione di vita e la gioia dei confratelli, unita ad una profonda relazione spirituale con Dio, era il compenso più alto per le quotidiane fatiche. Dalla coltivazione degli erbaggi sino alla cura delle piante da frutto, dalla seminagione alla raccolta, la benedizione di Dio, visibile nei raccolti, si trasformava in cibo per la comunità e per i poveri, per i frati di passaggio e per i giovani novizi.

Alcune erbe officinali e aromatiche portavano alcuni confratelli a diventare esperti nell'ap-plicazione medica di prodotti ottenuti con decotti, impacchi, unguenti, pozioni, tinture, infusi, distillati, succhi, essenze ecc.
Attigue all'orto e con esso integrate, erano le iniziative legate all'allevamento di piccoli animali come galline, oche, conigli ed altro. Alcuni frati poi erano provetti apicultori, derivando da tale attività prodotti altamente energetici come il miele e suoi derivati, ed elementi come la cera, utili per l'illuminazione.
Negli articolati spazi dell'orto conventuale aveva posto anche la serra per la cura di fiori e piante destinati al decoro della chiesa, all'abbellimento del chiostro e di altri ambienti vissuti. Infine, la prassi dell'astinenza da carni, imponeva di costruire e gestire una piccola vasca per l'allevamento di pesci, detta anche 'gebbia'.
L'esterno attiguo al convento cappuccino era davvero un microcosmo pulsante di vita e di prodotti biologici.
Ma non sempre il faticoso e gioioso lavoro agricolo e forestale era sufficiente per il mantenimento di una comunità come quella ericina, sempre numerosa per la presenza dei giovani novizi. In caso di stretta necessità, si ricorreva alla 'questua'. Alcuni frati laici percorrevano città e terre circostanti, chiedendo, per amore di Dio, vari tipi di offerte per la vita dei confratelli.
La sensibilità concreta maturata a contatto con la vita reale della gente, ha generato alcune delle pagine più belle della storia della Chiesa locale e della storia dell'Ordine cappuccino. In alcuni casi, troviamo persino che l'orto dei frati riserva una parte di terreno alla produzione di verdura e frutta per famiglie povere. A Spoleto, in Umbria, ad esempio, fino a pochi anni fa, esisteva ancora, attivo, l' "orto dei poveri".